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A molti potrà non dire granché ma JJuan, per i più attenti, compare sulle tute e sulle moto delle Kawasaki di Rea e Lowes, nel mondiale Superbike.
(Teleborsa) – Brembo ha siglato un accordo per l’acquisizione del Gruppo J.Juan, azienda spagnola fondata nel 1965 ed attiva nello sviluppo e nella produzione di sistemi frenanti per motociclette. L’azienda ha sede a Gavà (Barcellona) e opera con tre stabilimenti in Spagna e uno in Cina che producono in particolare tubi freno, componente strategico per la sicurezza dell’impianto frenante e che integrerà l’attuale gamma di prodotti Brembo per le due ruote.
Il corrispettivo della transazione è attualmente stimato a 70 milioni di euro, che sarà pagato utilizzando la liquidità disponibile ed è soggetto agli usuali meccanismi di aggiustamento previsti per operazioni simili. Il valore della transazione (enterprise value) è pari a 73 milioni di Euro.
Con l’operazione, Brembo prosegue il proprio percorso per diventare un autorevole Solution provider. L’acquisizione di J.Juan permetterà infatti al Gruppo di completare l’offerta di soluzioni per l’impianto frenante della moto e di ampliare la propria famiglia di brand per un settore in espansione.
“Questa operazione è in linea con la nostra strategia globale e segue la recente acquisizione di SBS Friction in Danimarca. Continuiamo a
investire con l’obiettivo di consolidare il core business della moto. L’ingresso di J.Juan è per noi una grande opportunità, perché rafforza il nostro posizionamento di azienda sempre più orientata a proporre ai clienti soluzioni complete, integrate e di qualità”, spiega il Presidente Alberto Bombassei.
L’acquisizione è soggetta all’approvazione delle autorità antitrust, al seguito della quale avverrà il perfezionamento dell’operazione, atteso nella seconda metà del 2021.
Team Gresini alla fine dovrebbe farcela ad andare in MotoGP, adeguatamente supportato da Dorna, anche in base alle dichiarazioni esplicite di Carmelo Ezpeleta. Indonesian Racing, sponsor della squadra di Fausto, vorrebbe Ducati per far correre Fabio di Giannantonio.
Il romano infatti ha già un contratto in mano e rimarrebbe giustamente legato alla squadra anche nella classe regina.
Ma il tema che interessa di più è quello legato a VR46.
La squadra di Valentino Rossi ha una mega partnership con il gruppo Tanal, ma anche con Hyundai e Withu, colosso dell’energia che già compare sulle moto di Tavullia.
Ad innaffiare il tutto, ovviamente, anche Monster, l’energy drink legatissimo al dottore.
La squadra di Rossi potrebbe chiamarsi VR46 Aramco e avrà interessi che spaziano quindi nel beverage, nell’energia, nell’automotive ma anche in ambiziosi progetti edilizi in corso nei paesi sauditi e asiatici. I capitali sono esteri ma c’è molto di italiano nella progettazione.
Chi andrebbe via sarebbe SKY, che senza diritti TV non avrebbe molto interesse ad investire così massicciamente in una squadra corse. Ma è ancora tutto da vedere.
In pista, quindi, rimarrebbero i team Moto2 e MotoGP.
Per quanto riguarda le moto, la situazione sembrerebbe sbrogliarsi.
Suzuki non è pronta, quindi fumata nera. Con Yamaha non c’è una grande armonia… e quindi anche qui non ci sarebbe spazio.
Anche Ducati non sarebbe una scelta amica, dato che ha già fatto capire di voler investire su Bastianini, che potrebbe serenamente prendere il posto di Zarco, il quale andrebbe a rimpiazzare l’insoddisfacente (a meno di stravolgimenti nel corso della stagione) Jack Miller.
Sarebbe per questo motivo che Rossi starebbe navigando in direzione Noale, anche perché la moto adesso inizia ad andare forte e non è più una scelta così esotica. Certo gli investitori preferirebbero una Ducati, ma è pur sempre made in Italy…e a Rossi interessa poter piazzare Luca Marini, e potersi riservare di decidere se fare un’altra stagione (romantica) a fianco del fratello.
Sarebbe una chiusura di carriera sulla stessa moto con cui ha iniziato. Una vera e proprio ciclo che termina.
L’altra opportunità potrebbe essere, nel caso il dottore decidesse per il ritiro, quella di collocare sulla moto veneta Franco Morbidelli, qualora Yamaha decidesse di non fornirgli un trattamento da “ufficiale”.
Del resto Morbidelli può anche aspettare dato che non è uno di quelli che fa fatica a trovare una sella.
Tutto questo condizionale perché siamo ovviamente nella valle delle ipotesi più spinte.
Giusto qualche ragionamento… eppure…
Misterhelmet Gianluigi Ragno
Prima che qualcuno si ingolosisca è bene chiarire che non c’è realmente una persona nuda qui… né tantomeno qualcuno che sia minidotato, anzi.
Il titolo si riferisce ad una situazione, ad una figura, geometrica, per niente regolare. Una figuraccia, messa a nudo.
Parliamo del quadrilatero di marketing sportivo virtualmente infallibile i cui lati sono Yamaha, Petronas, Razali e Rossi. Una top factory, uno sponsor impressionante, un manager che non sbaglia un colpo, e la più grande macchina sportiva da soldi degli ultimi anni. E qui, è ben chiaro, non ci sono mini dotati. Neanche un po’. C’è però del nudo.
Andando per ordine, i lati inizialmente erano tre, e funzionavano alla grande.
Yamaha aveva incontrato Petronas con Razlan Razali, boss della squadra sportiva, deus ex machina dell’operazione.
Quanto bene aveva funzionato, da uno a dieci? Almeno quattordici.
Nell'”annus schiaffonis” del team ufficiale, che al momento di approfittare dell’assenza di Marquez si era fatto uccellare da Mir su Suzuki, l’uccellagione era continuata anche in casa, nel modo più beffardo possibile. Con gli uomini in blu che non sapevano più da chi prenderle.
No Quartararo, ufficiale pagante (uno che aveva la moto migliore in squadra e non contento ci aveva messo un’aggiuntina pagando), ma quell’altro, aveva invertito l’anno precedente facendo meglio di tutti i diapason, portando quasi a casa un colpaccio che non si sa quanto sarebbe stato veramente auspicabile, essendo il vincitore “sbagliato”.
Il team Petronas SRT aveva fatto come in F1. Metodo, scelte giuste, tranquillità, e vittorie. In faccia ai “predestinati”.
Razali, che è uno che le occasioni le sa cogliere e le sa creare, deve aver pensato che se quello era l’allievo, figuriamoci il maestro.
E deve aver pensato che, a casa sua, la possibilità di festeggiare il quaranteseiesimo anno di fondazione dell’azienda per cui lavora, con il miglior riferimento al quarantasei che vi sia al mondo, non dovesse essere occasione da farsi scappare.
E aveva ragione. Perché Valentino Rossi sarà anche in declino da qualche stagione, però è sempre il più grosso richiamo che il motociclismo possa avere. Specialmente guardando ad un’onda lunga che nella lontana asia popolare ci mette un po’ a fare effetto.
Razali si è fatto il film e se l’è fatto bene.
Un tot (indovinate quante) di YZFR1 replica, a 46.000 euro, addirittura un tot di OHVale (previste) con gli stessi numeri, e tutta una serie di iniziative a capitalizzare la faccenda.
In un mercato che noi non lo sappiamo immaginare nemmeno quanto sia grande, ma che veramente in oriente fa numeri che ci fanno sembrare inesistenti.
Del resto, anche non vincendo, cosa sarebbe potuto andare storto?
VR non è più leader di classifica, ma è sempre uno che fa divertire e che, soprattutto, si diverte lui. Il che essenziale per comunicare il giusto mood. Insomma un’iniziativa grandiosa che magari non avrebbe pagato sportivamente ma dal punto di vista dell’immagine sarebbe andata benone. Il top. La miglior combo sul mercato.
E invece è stato chiaro abbastanza presto che non ha funzionato proprio niente. In realtà siamo solo a inizio stagione e tutto si può raddrizzare, però… un inprinting così è difficile da mettere a posto.
E’ iniziato tutto così male, che si è rotto anche quello che aveva funzionato l’anno prima. Quartararo a vincere e Morbidelli ad annaspare come mai gli si era visto fare. Rossi poi, no opaco, ma nero pece. Una prima fila trainato da uno dei suoi, che devi proprio non volerlo vedere per non capire che è una roba triste, e un triplo set di qualifiche e gare orrende. Una roba su cui non puoi scherzare nemmeno se poi le cose prendono a funzionare.
Sono le situazioni peggiori che si possono verificare quando fai del marketing. Ossia che i tuoi stessi testimonial, quelli che devono convincere della bontà del prodotto, ne risultino ufficialmente schifati. Perché teniamo conto che Rossi, non essendo lì per vincere, sarebbe dovuto essere quello che fa buon viso a cattivo gioco. E invece il buon viso non si è visto.
E quindi la montagna (di soldi) ha partorito un topo, ma neanche. E il match up imperiale, in realtà, ha messo a nudo il fatto che la teoria è una cosa, ma la realtà, è un’altra.
Ora spiegalo tu ai Malesi o Malesiani, fate voi, che una roba così figa che quasi non si sarebbe potuta rovinare, è andata così a gambe all’aria da non essere contento nessuno di quelli che ha partecipato a metterla in piedi. Con tanto di dissapori interni e insoddisfazione dell’unico che stava al posto suo, e a cui adesso tira un po’ il culo notare che quello che lo dovrebbe aiutare in realtà, amici amici, ma poi ti rubano la bici. (vedi questo video qui).
La stampa ha fatto il resto. Ha cercato di mettere contro “le due Yamahe”, i piloti delle stesse, rivendicando ora per l’uno, ora per l’altro dei due Petronas, più attenzione, più assistenza, più ufficialità, tirandola via, come in una legge dei vasi comunicanti, proprio a “quegli altri”.
Ma questa è una cosa che funziona quando gli altri non funzionano, non quando vincono tre gare su tre. Autogoal.
E quindi cosa succede, alla fine? Non lo sappiamo perché non siamo alla fine. Quello che però sembra è che siamo all’anticamera dei vaffanculi e che Petronas, invece di allontanarsi, dalla Yamaha, si sta avvicinando ancora di più, con tanto di dichiarazioni di intenti di partnership pluriennali e baci bacini che hanno tanto il sapore speziato di presa di distanze dalle scelte fatte, indovinate quali.
Il che vuol dire una sola cosa: che la partnership messa insieme per fare belle gare, bei soldi, belle cose, è un tavolino a tre gambe che non si regge nemmeno su una… e che quindi, ciaone a fine anno, se non prima.
Ma dovesse anche durare, sembra tanto una di quelle relazioni in cui, quando succedono o ci si dicono certe cose, niente torna più come prima.
Poi gli effetti sulle carriere professionali dei vari protagonisti, contano il giusto. Qui non parliamo di quelle, ma dell’iniziativa, della combo che doveva essere perfetta e che invece non sta funzionando per niente.
Siamo ad un punto che assomiglia tanto alla barzelletta in cui c’è un pugile che torna all’angolo barcollante e chiede al suo allenatore come sta andando. E quello in risposta: “Se lo ammazzi, fai pari”.
MIsterhelmet Gianluigi Ragno
Quanto fastidio deve dare uno che ha vinto dei mondiali che più di uno non voleva che vincesse… e lo ha fatto contro un compagno di squadra predestinato (Valentino Rossi), amato e coccolato da un team che tifava tutto per lui e per la vittoria dello spagnolo quasi non ha festeggiato… ed un connazionale ancora più designato dal fato e dai media, quel Marc Marquez che in Spagna, da catalano e da simpaticone para…vento, tira più di lui per mille motivi?
Immaginate quanto dia fastidio uno che come “amico del cuore” e mentore si è scelto da subito uno che dalla MotoGP è stato epurato ed è andato a vincere in Superbike (Biaggi) un attimo prima che arrivassero gli stessi di Dorna che lo avevano cacciato via e che se padroni della WSBK non lo avrebbero mai accettato nemmeno lì. Con tanto di supporto morale in occasione della vittoria dei due mondiali di quest’ultimo.
Un cinque volte campione della MotoGP che va a confortare un “maestro” che ha vinto meno di lui e che è l’anti per eccellenza in un periodo nel quale il suo avversario di sempre, se la vede brutta brutta.
Con tanto di abbraccioni, cenette, e complicità sportive e umane.
Pensate all’unico che abbia mai alzato davvero la voce in ambito sicurezza. Quella della pista, tante volte, e quella dell’aria che si respira, quando in occasione della tragedia di Fukushima fece capire, lui unico, che correre in Giappone sarebbe stata una fessacchiotteria.
Lorenzo quella volta fu riportato alla ragione da Ezpeleta ma solo perché aveva qualcosa da perdere… e non fu nemmeno facile per il grande capo. Non si registrano altri episodi nei quali qualcuno lo abbia mai costretto a fare qualcosa.
Ecco. Figuriamoci adesso che JL non ha più niente che gli possa essere tolto.
Potrebbe essere una risorsa preziosa per il circus, il 99, ma non va bene.
Non va bene come commentatore, perché è veramente un dito rotante dove sapete. Non va bene come esperto e responsabile della sicurezza, perché, diciamocelo, non è come quegli altri due che ormai sono dei politici. Bravi, per carità, ma molto, troppo attenti alla ragione aziendale. Lorenzo non andrebbe bene, visto come è fatto. Me lo vedo già a impuntarsi, anche fisicamente, sulle cose che ritiene sacrosante. Fissarsi sulle minuterie e battere i piedini con smorfia da bambino fino a dover essere trascinato via. Sarebbe così curva per curva.
Jorge Lorenzo non farà mai parte dell’ambiente con un ruolo attivo perché non fa nessuno sforzo, né di essere simpatico, né di essere comprensivo e comprensibile.
Non è che non ne abbia bisogno, è che ha deciso sempre che sarebbe stato così. Caratterialmente Jorge Lorenzo è un Casey Stoner che si trattiene… ma solo un po’. Sa di avere autorevolezza ma non vuole che gli sia riconosciuta. Se la riconosce da solo e tanto gli basta, anche se per il business non va bene.
Per questo motivo, lo ribadiamo, difficilmente farà parte dell’ingranaggio mediatico, politico, organizzativo, per lo meno non con lo status che meriterebbe il suo palmares.
Chi mai vorrebbe, con tutti i grattacapi che già ci sono, uno che ti dice veramente le cose come stanno con l’aggravante di dirle senza alcuna delicatezza e di aver sempre ragione? Eh già perché Jorge Lorenzo, come fosse un Biaggi mischiato con un’ulteriore forma di puntiglio, un Melandri convinto al cubo, ha sempre, implacabilmente, ragione.
Molto fastidioso quando esprime opinioni sui colleghi e paradossalmente più irritante quando li elogia, che quando li critica. Perché un elogio di Lorenzo, così esigente e intollerante, ti fa quasi sentire in debito per un regalo ricevuto.
Quando invece critica, ci si può solo attaccare ai modi ed ai toni (decisamente molto isolani)… perché non c’è molto altro dietro cui rifugiarsi.
Ma chi pensa che le sue analisi post gara, presenti nel video blog che ha messo in piedi su Youtube siano rognose, dovrebbe ascoltare le sue previsioni. Ne sa qualcosa Jack Miller, condannato ad una previsione che si auto avvera per il solo cercare di rifuggirla.
Quelle di Jorge Lorenzo sono sentenze senza processo fatte da un tribunale di guerra. E’ così sicuro che andrà come dice lui, che è quasi un regalo che non finisca anche peggio per come ha sempre, maledettamente, ragione.
Ma la cosa più irritante è che quando parla i toni non sono mai corrispondenti ai contenuti. I modi sono sempre rotondi, la voce morbida, il tono basso… Molto più di Melandri, altro commentatore competente che ha ragione ma un po’ ti lascia credere che possa andare diversamente. E con una cadenza molto più decisa di quella di Biaggi, che sembra sempre voler misurare quello che dice.
Alla fine sembra che l’unico fra noi tutti che sta facendo lo sforzo per non blastarti sia lui, la stessa persona che prima o poi, ti blasterà.
Cosa si può fare? Niente. Ringraziare di non essere un suo bersaglio. E godersi tutto quanto.
Misterhelmet Gianluigi Ragno

Adesso che il Dovi è ad un passo dalla firma con Noale (non è un segreto che ci stanno girando attorno e sembri quasi fatta) è il caso di recuperare un video di qualche settimana fa.
Eh sì perché se è proseguita la contrattazione, le motivazioni e le spiegazioni sono sempre quelle.
Perché Dovi dovrebbe firmare con Noale e dovrebbe farlo a tutti i costi?
Per i motivi elencati nel video…
Qual è il motivo per il quale ci si eccita in occasione dei test pre campionato, MotoGP o Superbike che siano?
Nessun motivo fondato, a parte quella voglia di novità e click post digiuno, in cui ci si è arrabbattati a fare di situazioni delle news, se non addirittura, purtroppo, inventandole proprio, le situazioni… e le news.
Alla fine arrivano i test e bisogna eccitarsi. Serve al portafoglio. E la cosa trova ovviamente terreno fertile nei fitosi.
Però credetemi che con tutte le variabili c’è ben poco per cui agitarsi.
Ma vediamole, le variabili.
Temperatura
Difficile che si testi in una pista con la stessa temperatura nella quale si correrà quando verrà il momento stabilito dal calendario.
Non cambia molto, direte. Sbagliato.
In piste come Jerez, guarda caso meta abitudinaria di test, poche ore fanno la differenza. Nello stesso week end piloti con la pole hanno poi mangiato la polvere. E parliamo di ore. Immaginate quando si parla di mesi. Jerez è un esempio eclatante ma le cose poco cambiano anche nel resto dei casi.
Presenza
Se in una sessione di test manca qualcuno, come si fa a misurare in maniera concreta il valore di chi c’è?
Ma poi immaginate di essere una casa ufficiale (per i privati è diverso). Quali test saltereste? Quelli di cui avete bisogno o quelli dove andate forte?
Quindi è facile ipotizzare che chi non c’è è perché MEDIAMENTE, al netto di difficoltà economiche, non ne ha bisogno. E quindi chi c’è ha poco da gonfiare le piume.
Configurazioni e roba da provare
Ognuno nel test ha il suo programma di lavoro. Il che vuol dire che sta costruendo. Se qualcuno sta costruendo, evidentemente non fa prove di velocità o ricerca del tempo. Quindi il tempo non vale.
Per lo meno no per chi guarda e non sa cosa sta succedendo.
Tempo che non c’è
Quante volte avete letto di tempi fantasmagorici, guardacaso, senza cronometri o senza transponder? Ci sono un paio di siti specializzati in questo tipo di news.
Un team che ha il tempo, veramente pensate che lo nasconda?
Davvero pensate che il livello di segretezza delle informazioni sia militare?
Chi gira senza transponder e senza crono è perché non gli sta dando valore. Nessuno sano di mente rinuncerebbe a prendere ed immagazzinare riferimenti quando sono buoni.
Varie ed eventuali
Vi bastano gli elementi sopraelencati?
Ve ne sono altri. Piloti non ancora a posto, materiale non ancora arrivato completamente, ergonomie, configurazioni ancora allo studio, e tutta una serie di elementi che rende possibile classificare i risultati dei test per lo più come inutili.
Ma come inutili? Si fanno i test inutili?
La verità è che per sapere se qualcuno ha trovato qualcosa, è necessario essere informati su cosa stesse cercando.
E quindi i test servono, ma solo a quelli che li fanno (piloti, addetti ai lavori, etc) Non servono invece a chi sta lì a guardarli cercando di capire qualcosa.
In realtà, se proprio dobbiamo dirla tutta, servono a chi li racconta, per fa sognare i tifosi, leccare i baffi agli sponsor, e tutta una serie di attività fuffose che in realtà di contenuto per la maggior parte dei casi hanno poco. Ma servono per i click.
Ed è per questo che spesso questi test opachi, vuoti e poco comunicativi, hanno bisogno di un aiutino. Un record che non c’è stato, un tempo mai fatto, e in casi di professionalità inesistente, anche di piloti che hanno fatto il tempo senza essersi presentati, come nel caso di Bautista a Portimao con la Honda SUperbike un paio di anni fa.
Al suo posto girava Aegerther perché il buon Alvaro era giustamente con la moglie mentre gli nasceva la prima figlia.
Questo non ha però fermato qualcuno da dare la notizia di un record completamente inventato.
Per non parlare di una nota casa tedesca che ogni anno nella fase pre campionato sembra essere in grado di stupire ma poi è sempre più miseramente lontana dai risultati che contano.
Lì il problema è diverso. La creatività editoriale serve a guadagnarsi qualche banner o qualche forma di benevolenza.
Insomma, con i test ci guadagnano quelli che li fanno e quelli che raccontano al pubblico quello che vuol sentirsi dire. Chi legge, invece, continua a rimanere, confuso e felice.
MIsterhelmet Gianluigi Ragno
Guarda anche il video dell’articolo, se non hai voglia di leggere!
Ogni tanto qualcuno che ha sonnecchiato negli ultimi 20 anni, oppure che non sa come funzionino le cose nel mondo delle corse, esce con degli scoop che sono la scoperta dell’acqua calda, anzi tiepida.
Per quanto riguarda i caschi, diciamolo, non è una novità quella dei brand mascherati, ricicciata fuori con Dovizioso in occasione dei test con Aprilia.
Una volta, quando il gap era evidente tra marchi blasonati e non, succedeva spesso.
Ricordiamo un Biaggi che usò un casco giapponese mettendogli sopra un adesivo Bieffe (azienda che lo sponsorizzava) dopo essersi quasi ammazzato per via della visiera appannata causa condensa.
Una roba che si vedeva da metri e metri di distanza. Non c’erano i social e se ne parlò il giusto.
Lo stesso Melandri,tanti anni fa, testimonial di una Nolan che al momento aveva un prodotto nuovo un po’ ambizioso, in una giornata di maltempo scelse uno Shoei. Poi però la casa di Brembate di Sopra risolse così bene il problema da essere diventato un riferimento.
Nello sci, addirittura, dove freddo condensa e altri pasticci sono all’ordine del giorno, casco e occhiali sono spesso mascheratissimi.
Per non parlare di Lorenzo che durante un giro di allineamento in notturna ebbe un problema con il suo HJC e mise in croce i coreani in mondovisione. La cosa servì e adesso l’azienda ha un racing service molto più attento.
Ma ce ne sono tanti altri di casi simili o affini, di mascheramenti, scopiazzamenti e vicende ambigue.
L’azienda Suomy, in un periodo in cui la proprietà era diversa, fu citata da Arai per aver copiato un modello. La spuntò la casa Italiana ma insomma la similitudine era evidente. Non si poteva negare. E molti dei suoi piloti sembrava non gradissero molto il prodotto in caso di acqua. Ma anche qui l’azienda migliorò… e in Superbike per anni ebbe il quasi monopolio.
Poi la casa di inverigo è passata in mani o in produzioni asiatiche, ci sono stati dei cambiamenti di regolamento e omologazioni FIM e quindi qualcuno si è trovato fuori fiche con le omologazioni… con la necessità di chiedere ai piloti di firmare per il brand ma correre con un altro prodotto in attesa di risolvere.
Alla fine, con tutte queste nuove aziende cinesi o con brand che sono solo nomi e non vere e proprie factory, il gap si è ripresentato. Perché fare i caschi,specialmente quelli da corsa, non è una cosa che ti puoi inventare da un giorno all’altro.
Le differenze si vedono.
E ora veniamo ai piloti.
Quasi tutti sono lì per soldi. Un pilota che tiene alla sicurezza non è un ossimoro ma, insomma, poco ci manca.
Un rider firma per soldi e poi dal casco vuole performance in caso di caldo estremo, freddo e, più di ogni cosa, acqua e condensa, i veri nemici della visibilità. Non tutti pensano all’efficienza in caso di impatto.
Le aziende veramente leader sono giapponesi e, a meno di casi eclatanti, non sono mai troppo generose dal punto di vista contrattuale.
Per quanto riguarda l’Italia, i caschi li sappiamo fare, a patto che siano prodotti da noi. I marchi li conosciamo.
Poi ci sono aziende di vari livelli, che progrediscono, è innegabile, e cercano di colmare il gap, ma che sono ancora un po’ lontane dagli standard di cui sopra.
Quindi succede che i piloti firmano per un brand che dà loro denaro, ma poi indossano qualcos’altro. Oppure firmano per un brand e basta, indossando accrocchi e robe improbabili. Date un’occhiata ai rookies nelle categorie minori o nei campionati nazionali.
Perché diciamolo, quella di mascherare il marchio è una cosa brutta, ma correre con un prodotto non performante, è decisamente peggio.
Questo spiega come mai Valentino Rossi fu visto a Misano in scooter con un Arai brandizzato AGV, oppure in auto con altri caschi di altre aziende un po’ dissimulati. Ma del resto qualcuno crede veramente che un 9 volte campione del mondo indossi un casco di serie?
Uno ci crede se il pilota indossa un casco di marca e modello corrispondente a quello che rappresenta… ma nel caso scoprisse il suo campione indossare qualcos’altro, qualche dubbio ha il diritto di farselo venire.
Insomma i casi sono decine. Esistono da sempre e non finiranno mai.
E ora veniamo al caso che ha ri scatenato tutto quanto, ovvero quello di Dovizioso.
Scaduto il contratto con la Suomy, e quindi finiti i soldi, ha continuato ad indossare il suo Shoei, mostrandone finalmente il marchio. Un po’ come uno che rompe con la moglie e quindi è finalmente libero di uscire allo scoperto con l’amante.
Non è bello ma tant’è. Non c’è niente di peggio di un rapporto commerciale che finisce.
Se ho detto cose non vere o qualcuno sente la necessità di puntualizzare o smentire, mi scuso e sono qui a disposizione per rettificare o integrare.
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E’ un film già visto quello di cui abbiamo “assaggiato il trailer”.
Yamaha, con più piloti che moto buone, rischia di perdere il suo miglior talento per seguire il desiderio di brand e ritorni immediati.
Insomma, marketing e politica invece che risorse umane. Una storia già vista in qualunque azienda tradizionale.
Eppure, dicevamo, non è una novità. Dall’ultima situazione analoga sono passati solo quattro anni.
Nel 2017 si trattava di Zarco, il primo ad aver vinto il mondiale Moto2 per ben due volte… consecutivamente, per di più. Mai successo.
Fu parcheggiato, momentaneamente, dissero, nel team Tech3 in attesa di mandarlo sulle moto blu. Mai successo.
Zarco quasi vinse la prima gara prima di cadere ma poi non sbagliò mai più, ottnendo anche tre podi e diverse top 5 con un finale di stagione nei primi sei. Un rookie. Un francese che quasi vinceva a Le Mans!
Posto assicurato in Yamaha ufficiale? Nemmeno per idea. Yamaha puntò su Vinales e si tenne Rossi, che aveva fatto solo pochi punti in più.
Ragioni di marketing… e Zarco volò via in cerca di una moto ufficiale che si chiamava KTM per un’esperienza disastrosa che a momenti lo lasciava a piedi e gli rovinava la carriera per sempre.
Cosa ha imparato Yamaha da questa vicenda? Sembra niente, dato che sta sacrificando per il terzo anno, Franco Morbidelli. Uno che ha battuto tutti i suoi compagni di marca, incluso il suo maestro, e che a momenti porta a casa il mondiale MotoGP su una moto veramente privata.
Qual è il premio per franco Morbidelli? L’unica moto privata che Yamaha stia schierando.
A Iwata hanno promosso tutti tranne lui. Quartararo nel team ufficiale, Vinales elevato a caposquadra, Rossi salvato nel team Petronas ma con moto identica alle altre due. Per Franco, niente.
E’ vero che il suo primo confronto con Quartararo è andato a vantaggio del francese ma Yamaha nel 2020 ha deciso troppo presto. E non ha rimediato sotto nessun punto di vista.
Passi la scelta di Quartararo, giovane anche lui, ma per il resto Yamaha ha ripetuto ancora una volta lo stesso errore. Rossi ancora confermato è la vera scelta enigmatica. Ancora una volta soldi e marketing invece che capitale umano.
Un 42enne finito 15° invece di uno giovane che a momenti vinceva il mondiale.
A chi diamo la moto ufficiale? Indovinate. Per Morbidelli una moto di addirittura 2 anni fa, che lo taglia fuori da qualunque condivisione di dati.
Con tanto di figuraccia nella prima gara, dove è stato mand
ato a spasso con un problema tecnico presente sin dal giro di allineamento. E niente punti.
Cosa fa Franco? Si lamenta ma poi si scusa. Protesta ma poi dice che non importa.
La verità è che ha dentro casa sua, responsabile del suo stop professionale, il suo capo all’Academy, colui che gli firma gli assegni, gli gestisce il merchandising e ha in pugno la sua carriera. Che gli dice?
E i media? Quando mai una TV in partnership con la VR46 evidenzierà il problema da questo punto di vista? Mai.
Il futuro di Morbidelli dipende alla volontà di Yamaha di ripetere o meno gli errori del passato. Con la differenza che, diversamente dal caso Zarco, qui è stato sfiorato un titolo e sono stati buttati via già tre anni.
Franco può andare veramente dove vuole. Aprilia, Suzuki, KTM… oppure Yamaha, se Rossi decidesse di farsi da parte per favorire finalmente il suo protetto.
Eh già, protetto. Un concetto veramente surreale, dato che al momento il blocco di carriera di Franco dipende proprio da chi dice di volerlo lanciare.