JL99 vs Ducati: svelata l’identità di Shpalman!

Un episodio di marketing autolesionista di una casa con il suo prodotto di punta, una moto da pista, avvenuto nel modo e nel momento peggiore possibile ad opera di due protagonisti fra i più efficaci possibili, uno in senso positivo, l’altro all’opposto.

Lorenzo è al Mugello per delle attività, mi pare dei corsi, scende da una R1 e gli viene chiesto, da Michele Pirro, uomo Ducati di provare la rossa.
Purtroppo per Ducati Lorenzo accetta e succede quello che vedete.


Go to Shop!

Attenzione che questo video/articolo non è contro Pirro, che è il miglior uomo azienda che possa esistere ma proprio perché uomo azienda, la sua credibilità ha un limite. E’ l’oste che dice che il suo vino è il migliore. L’uomo azienda perfetto per ducati ma non per tutte le occasioni.

E’ un tester sopraffino uno sviluppatore, un criceto, nel senso buono, un macinatore di km e un ambassador positivo perché crede veramente a quello che promuove. Ma non è un challenging ambassador e non può essere un uomo per quel tipo di comunicazione che, nel caso del confronto con Lorenzo, diventa comunicazione quasi di crisi, perché JL con ducati ha chiuso in un certo modo. Il problema è che in un momento di slancio aziendale, Michele Pirro si dimentica di essere Michele Pirro e chiede un’opinione a Jorge Lorenzo che non si dimentica di essere Jorge Lorenzo.
E Lorenzo dice cose pesanti. Non so se siano giuste, vere, sincere o ci sia del livore passato ma diventano giuste per il fatto che è JL che le dice a Pirro. Lorenzo ti blasta perché ha ragione ma prima di tutto perché è Jorge Lorenzo, 5 volte campione del mondo e quindi indiscutibile se rimane nei suoi temi, e sempre schietto, che parla con un dipendente Ducati che quindi ha una credibilità limitata dal fatto che lavora per Ducati.
Ovviamente la colpa non è di Pirro che è in buona fede, e nemmeno di Lorenzo, che fa se stesso. La colpa è di chi ha fatto succedere tutto questo e che è responsabile di un grossissimo autogol di marketing internazionale reso ancora più goffo dalle giustificazioni di Pirro che sono ovviamente tenere e sincere e in buona fede tanto come quelle di Lorenzo ma non tengono per i motivi che abbiamo detto sopra.

Se questo Pirro non lo ha percepito, avrebbero dovuto percepirlo in Ducati.
E’ come chiedere le cose a Sgarbi o nel mio piccolo a me. Se poi ottieni una risposta che non ti piace, te la metti via.

Ma c’è un problema di fondo per via del quale Pirro è caduto in questa ingenuità. Ed è che di solito lui questi interlocutori non li ha, perché nel giornalismo italiano non esiste più il pericolo di critica e l’opinione schietta e aperta, men che meno verso Ducati. Perché non troverete mai un giornale che dice che una moto fa cagare. Ma nemmeno un casco, nemmeno un giubbotto.

Anche quello che vi fanno sembrare come vero, reale, real time, live, inaspettato, non concordato, i vari tester, giornalisti, influencer, sono tutti, bene o male, dei contenuti concordato, magari non sempre ma inoffensivi sì, dei bocchini, insomma.
E la cosa triste è che non sono nemmeno più le case a chiedere questo tipo di compiacenza. Si è sviluppata e radicata in automatico perché in automatico, in questo modo, si è simpatici si è positivi, si è ritenuti professionali e si lavora. E si viene invitati.

Criticare, anche a ragion veduta, magari con dati alla mano, significa essere hater.
E il pubblico odia gli hater anche quando non lo sono perché non è più abituata alla differenza fra odio e critica. Perché se uno ha comprato il tal casco o giacca o moto, non accetta di aver comprato un prodotto che non va, vuole la bella realtà positiva.
Non rendendosi conto, invece che proprio in quel momento in cui gli rifilano la realtà positiva che lo fa stare bene, viene ingannato.
Come lettore, acquirente, come tutto.

Pirro è esempio di onestà e devozione, non si discute. Ma guardate cosa succede l’unica volta in cui qualcuno che non ha non dico paura ma non ha legami, viene messo in condizione di dire la sua senza filtro perché se lo può permettere.
Ben vengano persone come Jorge Lorenzo a cui dedico queste liriche di Elio.

Fra le maschere che un uomo può indossare, ricordiamo l’argilla
Fra le maschere che un uomo può indossare, come non citare il bronzo?
C’è la maschera di ferro
C’è la maschera di Pippo
Ma la maschera di merda
Te la fa solo Shpalman

Perché è arrivato Shpalman
Che shpalma la merda in faccia
Aiuto arriva Shpalman
Che tutti shpalmerà
Autografi la faccia di tutti i miei nemici
E il volto gli incornici con pezzi di pupù
Arrivederci Shpalman, ci mancherai di brutto
Ed ogni farabutto shpalmato resterà…

Bautista e Ducati: storia di una storia con l’happy ending!

Bautista

– Ciao, sono io, volevo dirti che mi manchi, torniamo insieme, sono cambiato.

– Anch’io. Lui se ne va, torna da me.

Una storia d’amore.

In un mondo motociclistico distratto da eventi ben più fashion e spumeggianti (il caso Tanal/VR46, il ritorno di Dovizioso, il licenziamento di Vinales e il suo ingaggio in Aprilia), è passato quasi sotto traccia il più grande “undo” del decennio. La mossa di ritorno di fiamma più clamorosa e forse inaspettata oltre che apparentemente illogica e inappropriata: quella fra Bautista e Ducati Aruba.

In realtà chi ha descritto a lungo fasi interlocutorie, passaggi, trattative, movimenti di mercato, concorrenza, riuscendo anche a farsi smentire ufficialmente, ha parlato per niente, dato che non ce ne sono stati.

Perché ad un certo momento, due entità che non avevano mai litigato, Ducati e Bautista, sono tornate magicamente insieme come se fossero passati due giorni e non due anni in cui entrambi hanno sofferto della reciproca mancanza.

Bautista e Ducati, anche se in quel momento è sembrato diverso, non hanno mai litigato. C’è stata solo freddezza.
Mancando il mondiale, mancando il dialogo per colpa di altri e forse anche i soldi, semplicemente non hanno provato con molto impegno a trovare un accordo.

LUI: Dalla parte di Bautista, il pasticcione
Bautista è andato a prendere i soldi, è vero, ma è stato anche confuso dall’invito esplicito e ammiccante di Marc Marquez, che aveva illustrato il progetto HRC SBK in Spagna come vincente.
Probabilmente lo è, come è evidente che Honda ha impegnato risorse importanti, ma è proprio la moto che non va. Il CBR è una moto da strada prestata alle corse, fatta da Honda per andar bene a tutti. Una moto da vendere e non una macchina da guerra che funziona nelle mani di pochi.

La Ducati, invece, è una moto da corsa con la targa. Ci si sposano i rider più raffinati che conoscono il V4. I domatori coraggiosi che usano anche il cervello.
Sentendosi desiderato umanamente e finanziariamente, Bautista ha ascoltato Marc Marquez e si è buttato alla cieca in qualcosa che sappiamo tutti non aver funzionato. E’ stato proprio l’impatto con il CBR a far capire ad Alvaro, che diversamente da Haslam cerca la vittoria prima della pensione e non la pensione al posto della vittoria, che bisognava fare il percorso contrario.
Per lui è stato tutto chiaro solo dopo, quando la rossa era lontana. Rinunciare ai soldi e alla sicurezza per chiudere la carriera da vincente, è stato irresistibile ed onorevole.

 

LEI: Ducati, sofisticata e capricciosa
Non sappiamo se è la moto migliore del lotto. Di sicuro è il più prototipo fra le moto di serie. Come tutti gli strumenti di precisione, dà quello che riceve e ha bisogno di un pilota da MotoGP che si presti a farla correre in Superbike.
Ducati. Capricciosa e da decifrare, sia la moto che i suoi uomini, che con i piloti hanno spesso fatto scelte incomprensibili ai più.

“Ci ha contattato lui – dice Stefano Cecconi, Team Principal Ducati Aruba Superbike- e ci ha colpito il fatto che non era uno che dovevamo cercare di convincere a rimanere, ma uno che ci chiedeva di tornare. Ha rinunciato ad un ingaggio più comodo del nostro per altri due anni, in cambio di un annuale a meno soldi, proprio per tornare a vincere, con la nostra squadra e la nostra moto.”

In questi termini sono più facili da dimenticare anche i momenti bui.

“Analizzandola bene – continua Cecconi – i risultati della seconda parte della stagione sono dovuti più alla configurazione del calendario, molto favorevole all’inizio con piste più da MotoGP e più ostile nella seconda parte, con piste più old style, che a veri e propri errori. Gli sbagli sono stati pochi. A noi uno come Bautista, manca. E’ vero che ha perso un mondiale. Ma per perdere un mondiale quasi vinto, bisogna quasi vincerlo.”.

Una dichiarazione d’amore fra due entità che sapevano cosa aspettarsi l’uno dall’altro e che alla fine erano delusi più da loro stessi che dal partner.

LE AMICHE DI LUI E DI LEI
Battistella, il manager di Bautista e la parte manageriale Ducati, nel 2019 sono stati attori di un misunderstanding tragicomico. Il risultato che alla fine ha scontentato tutti, lo conosciamo ma le ragioni sono forse più situazionali che legate alla volontà e dovute più a frizioni con il vertice che con gli uomini in pista. Con le stesse parti a confrontarsi duramente sul tema Dovizioso, ci ha rimesso lo spagnolo. Un po’ come due amiche che dovrebbero intercedere per far tornare due persone insieme, e invece litigano fra loro per altri motivi.

L’ALTRO: Scott Redding
Quella voglia di non rimanere, cercando di farsi convincere chiedendo più soldi, più garanzie, più tutto, battendo i piedi e cercando di farsi pregare a restare, con Ducati non funziona nemmeno quando vinci.
E non aiuta se al tuo arrivo hai fatto tutto facile senza poi ottenere quello che avevi promesso. L’impennata recente è tanto sorprendente quanto tardiva. Era già finita da un pezzo.

 

EXTRA STORY: L’angolo di Rinaldi e l’opzione Petrucci
Michael Ruben Rinaldi, ha un angolino piccolo ma è asciutto e sicuro.
Mai in discussione, è l’investimento di Bologna. Il rinnovo parla chiaro e la mancanza di risultati non è attribuita all’Italiano.
E chi cerca a tutti i costi la storia dei movimenti di Petrucci, rimarrà deluso.
Realmente interpellato, non è mai stato della partita, né per sostituire Redding, né per andare al posto di Rinaldi.
L’italiano aspettava KTM e KTM è in qualche modo arrivata.
La relazione con Ducati non è mai andata oltre una chiacchierata preliminare. E sempre bello mettere un po’ di pepe e arricchire le storie, ma certe volte proprio certe cose non esistono.

FINALE: da scrivere
Adesso che tutti i tasselli sono a posto, come andrà fra Ducati e Bautista? Sarà sufficiente aspettare e non è importante sapere adesso se funzionerà.

Era bello  raccontare la storia.